
Anche quest'anno il Natale è volato via: l'abbiamo desiderato, atteso, bramato a tal punto che quando è arrivato non ce ne siamo resi conto e ci siamo trovati a Santo Stefano chiedendoci se fosse davvero tutto già terminato.
Lo scorso anno il primato è spettato ai grandi magazzini Macy's che a San Francisco il 9 settembre stavano allestendo i reparti con alberi di natale e decorazioni di ogni sorta. Quest'anno invece sono incappato nella prima vetrina natalizia della mia città a fine ottobre circa. Decisamente in ritardo considerando l'indole provinciale della mia grande città.
Sul lavoro il fenomeno assume la forma di un'apocalisse, un punto di non ritorno da cui bisogna passare, possibilmente garantendosi l'immunità. Tutto deve essere terminato entro Natale, anche i lavori che si trascinano da semestri interi, come a segnare uno spartiacque più simbolico che reale. Tutto poi si risolve in una bolla di sapone e in tanto lavoro extra nei giorni precedenti, dal momento che l'evento si concretizza in due o tre giorni di fermo lavorativo. Dopodichè, tutto come sempre.
Credo che ormai si inizi talmente presto a parlare del Natale al punto da creare un'aspettativa ben oltre il dovuto. Corse ai regali, addobbi, cene natalizie, traffico in tilt, tracolli nervosi, e poi tutto svanisce in meno di 24 ore.
Ha senso tutto ciò? Non è forse il caso di ridimensionare l'evento entro confini più genuini e tradizionali?
L'unica vera conseguenza che ne scaturisce è la delusione. Come tutte le cose tanto desiderate spesso, una volta ottenute, ci lasciano con l'amara soddisfazione che forse era meglio l'emozione dell'attesa piuttosto che quella della conquista.
In quest'ottica quindi pare abbastanza normale accendere la tv il giorno di Santo Stefano e vedere Michelle Hunziker che sgambetta consigliandoci di riempire di colorati confetti le calze per la Befana.
Evviva il consumismo...





